Oh Polys, Where Art Thou: La primavera poliamorosa italiana

Scritto da Giorgia Morselli on . Postato in Opinioni, Rassegna

«Ho una fifa da morire», pensavo tra me e me dirigendomi verso Corso Como, una via hip a pochi isolati di distanza da una delle principali stazioni ferroviarie di Milano. E all’improvviso, con mia sorpresa, mi trovai al cospetto della donna che stavo cercando: praticamente, le ero inciampato addosso. Si trattava della prima donna dichiaratamente poliamorosa che avessi mai incontrato di persona, perciò sapevo che sulle prime l’imbarazzo sarebbe stato inevitabile.

Ma l’evento era più grande di noi e delle nostre insicurezze personali. Se questa donna aveva guidato fin qui da Locarno, in Svizzera, non era certo solo per vedere me. «Ci credi che oggi incontriamo quelli di Bologna?» dissi a un certo punto, tanto per rompere il ghiaccio.

Dire che un evento del genere sarebbe stato impensabile solo due settimane prima è poco. Per quanto mi riguarda, sono consapevole di non essere in grado di sostenere relazioni monogamiche stabili da circa dieci anni, e la prima volta che ho letto la parola “poliamore” è stato due anni fa. Mi ero trasferito in Italia per studiare nel 2007, e quando, più tardi, venne il momento di cercare la mia rete di supporto, le parole chiave che digitai in Google furono “Poliamore Italia”.

Trovai una comunità di circa 120 membri in un gruppo Facebook chiuso, e siccome avevo già imparato qualche cosa da vari blog e podcast, le prime domande che rivolsi loro furono piuttosto dirette: Come siete distribuiti sul territorio nazionale? C’è qualcuno vicino a me? Organizzate incontri, o cene? La risposta che raccolsi a tutte le mie domande fu «No». Non c’era nessuno nelle vicinanze, si contavano circa due poliamoristi per città (Milano era graziata da quattro) e il ritmo di crescita non era incoraggiante.

Ma a sorprendermi più di tutto non era tanto che non ci fossero eventi, incontri o conferenze, quanto il fatto che sollevare la questione fosse considerato scortese. «Qual è il problema? Perché mai dovremmo incontrarci?» sostenevano alcuni, per lo più donne.

Approfondendo la conoscenza dei miei nuovi amici virtuali e indagando oltre, compresi che la resistenza degli italiani derivava da pura e semplice diffidenza.

Questo è un problema culturale tipicamente latino: le donne diffidano degli uomini. Pensano che non saranno trattate con rispetto; pensano che si sentiranno a disagio. Sulle spalle dell’Italia grava un pesante fardello di idee tradizionaliste e monolitiche. Gli uomini interessati a più di una donna, o le donne interessate a più di un uomo, sono etichettati con lo stesso appellativo: porci. Anche in Messico, il mio paese di origine, è così; e mi aspetto che nel resto dell’America Latina non sia diverso. Le donne del gruppo poli italiano temevano di subire il giudizio culturale e un atteggiamento irrispettoso, e di essere considerate facili bersagli sessuali. Temevano che le pareti delle stanze in cui si sarebbe tenuto l’incontro non sarebbero state sufficientemente spesse da proteggerle da una cultura centenaria di disparità di genere.

In contesti come questo è complicato essere poliamorosi. Il poliamore ingloba una tale varietà di correnti di pensiero e di tasselli ideologici che non è difficile trovarvi punti di contatto con altre società. Un punto importante è la positività sessuale (non c’è nulla del genere in Italia), ma anche una sana dose di femminismo, in cui le meccaniche dell’attrazione siano paritarie ed eque tra i generi, aiuta. L’antico modello che vuole gli uomini protettori possessivi ed esclusivi addetti all’approvvigionamento è quello prevalente qui. In Italia ci sono piccoli movimenti marginali; ambiguità e queerness sono del tutto assenti. Sono le culture alternative a rendere possibile il poliamore, e la loro assenza stava uccidendo la comunità poliamorosa italiana, destinandola ad affondare in una sterilità cibernetica alla quale non sarebbe mai potuta sopravvivere. Mentre il gruppo Facebook lottava per non ridursi a un mero archivio poli, mi preparavo a lasciare il paese… In sintesi, per mettere in salvo il mio futuro sentimentale ed emozionale.

Cosa accadde poi? I bolognesi, ecco cosa accadde.

Un bel giorno, una donna di Bologna, da cui ancora non erano affluiti membri, entrò nel gruppo nazionale. Erano passati pochi minuti dal suo ingresso quando esordì: «Ciao, faccio parte di una comunità poli di Bologna. Siamo circa una trentina di persone [e qui si udirono i primi rantoli] e ci incontriamo più o meno ogni due settimane.»

Meraviglia.

Sconcerto e sgomento. Autentico sgomento. Una comunità proprio sotto i nostri nasi, che candidamente ignorava tutte quelle paure relative alle dinamiche di potere tra maschile e femminile, o meglio se ne sbatteva, confidando nella capacità delle donne di difendersi, e nella capacità degli uomini di tenere i pantaloni allacciati. Erano lì, e si incontravano e organizzavano cene e parlavano della vita. Ogni due settimane. Tacitamente, capimmo che il tabù era stato spezzato. In capo a pochi giorni avvenne un nuovo ingresso nientemeno che da Milano, una donna che gestiva un centro artistico. Fu lei a dire: «Incontriamoci tra due settimane, chiunque voglia venire.» Così, come niente.

Perciò, in effetti, non fu esattamente il team poli di Bologna a proporre l’incontro. Ma se non fosse stato per il loro arrivo, se non fossero comparsi loro solo pochi giorni prima, l’invito a Milano sarebbe stato accolto con la stessa diffidenza ostile che aveva accolto tutte le proposte di incontro precedenti, vanificandole. Quando saltò fuori la proposta della serata milanese, eravamo certi che fosse destinata a fallire. «Il gruppo non è pronto; le donne non si sentono ancora abbastanza al sicuro.»

Ma parlando con la mia nuova amica svizzera, mentre aspettavamo che anche i membri della comunità bolognese ci raggiungessero per questo primo raduno poli italiano, divenne chiaro quanto tutti avessimo desiderato questo momento.

Incontrandoli mi sentii come un eroe di un racconto di fantascienza che avesse assistito alla distruzione del proprio pianeta, e che diversi eoni più tardi incontrasse un membro della sua stessa, dimenticata specie. Abbracciai tutti come fratelli, come se li avessi cercati per dieci anni. Eccoci finalmente riuniti, a bere e a mangiare a una tavolata composta tutta da poliamorosi. Una tavolata poli… Nella grigia Milano, tra tutte le città italiane! Il gruppo Facebook ci aveva permesso di entrare un po’ in confidenza, perciò ci conoscevamo già e iniziammo subito a chiacchierare vivacemente. Una sorta di riscoperta reciproca a tre dimensioni, per così dire.

Mi resi conto che avrei dovuto farlo anni prima. Eravamo nove persone in tutto, e parlammo di noi, delle nostre vite, di come avevamo scoperto il poliamore e di come ci eravamo imbattuti per la prima volta in questa parola misconosciuta. Quel che stava accadendo era impagabile, l’interazione tra noi, guardarsi in volto, negli occhi. Facebook non ci aveva mai permesso di fare nulla di tutto ciò, e non sarebbe mai potuto accadere via Internet.

Per di più, il destino volle che in quella compagine fossero presenti tutti i possibili scenari poliamorosi: persone giovani e mature, gente sposata, non sposata e risposata. Alcuni avevano figli, alcuni avevano paura della solitudine, alcuni combattevano costantemente con la gelosia. Ci fu anche qualcuno che ci provava indiscriminatamente con ognuna delle donne presenti: proprio il worst case scenario sul quale il gruppo Facebook amava scrivere storie dell’orrore.

Parlammo di spiritualità e di figli e di quegli errori che si fanno quando non si sa di essere poli e si è persi in mezzo al mondo. Alcuni di quei temi, spiritualità, tradimenti e bugie, avevano provocato reazioni indignate e offese nel gruppo Facebook, che diventava sempre più intollerante e dogmatico. Quanto è facile svalutare le idee degli altri, i loro errori, le loro debolezze e i loro dei, quando non ce li hai davanti in carne ed ossa, quando non si ha la possibilità di guardare alle storie personali attraverso le espressioni dei volti, il linguaggio dei corpi e i silenzi carichi di timidezza.

Parlando con queste persone, uomini e donne, di tante cose, dallo sciamanismo alla televisione svizzera, veniva naturale andare oltre le reciproche, inevitabili differenze e dissonanze, e sentirsi uniti dall’essere, a modo nostro, speciali. Finalmente.

Minx di PolyWeekly una volta ha detto che quando si scopre di essere poli, l’indispensabile passo successivo dovrebbe essere quello di individuare una comunità di supporto. (Probabilmente non è stata la prima a dirlo, ma è sexy citarla.) Il mio parere è che debba trattarsi di una comunità in senso fisico; l’interazione umana è indispensabile. Se esiste solo una comunità digitale, può essere un punto di partenza; ma poi è essenziale spingere questi piccoli poli impauriti gli uni verso gli altri, nonostante il timore di essere inizialmente in pochi, di non trovare nessuno che ci piaccia, che sia simpatico o persino che sia realmente poli.

I bolognesi lo sapevano, e ce lo stavano insegnando. Al termine della giornata, tutti i timori si erano placati dentro agli sguardi degli altri, pieni di curiosità e meraviglia per le storie che ognuno aveva da raccontare.

Léunar Miranda Leal

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 Léunar è l’autore della grafica e del branding di Rifacciamolamore, Poliamore Italia e poliamore.org. Attivista e organizzatore eventi per la comunità poliamorosa milanese dal 2012, e protagonista di tantissime interviste sul poliamore in italia, tra cui quella di Vice e la27maora.

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta in lingua inglese su ‘Modern Poly‘ il 22 ottobre 2012.
Traduzione di Giorgia Morselli

L’immagine in home page è un fotogramma del film ‘Miracolo a Milano’ di Vittorio De Sica (1951)

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