L’anarchia relazionale non è il poliamore

Scritto da Giorgia Morselli on . Postato in Non usare mai

Dio, o piuttosto il diavolo (come si suol dire), è nei dettagli. L’anarchia relazionale (AR) è a volte inclusa sotto l’ombrello del poliamore, altre volte no. Eppure molte pratiche ricadono entro le categorie del poliamore: triadi, triangoli e altre forme geometriche, polifedeltà, matrimoni e/o relazioni aperte, scambismo (anche se c’è del dibattito sull’inclusione o meno di quest’ultimo). Quindi perché non una pratica che presume “amare molti”?Perché tutte queste pratiche poliamorose hanno alcune qualità in comune (tra di loro, ma anche con le relazioni monogame) che le distinguono dall’anarchia relazionale. Per cominciare, in tutte queste configurazioni le persone coinvolte gestiscono le loro relazioni attraverso l’uso di accordi, regole, compromessi o promesse. Con questo presupposto, quando un numero di persone entra in relazione l’una con l’altra ognuna di esse porrà in essere aspettative sul comportamento dei partner, esplicitamente o implicitamente. Gli anarchici relazionali cercano di evitare questo meccanismo. La nostra* filosofia è quella di non creare regole che governino il comportamento dei nostri partner in nostra assenza o presenza, e cerchiamo di non nutrire alcuna aspettativa (specialmente in segreto) su come “debbano” comportarsi in una determinata situazione. Invece, problemi e conflitti vengono risolti caso per caso. Particolarmente importante è la convinzione che nessuna delle parti debba scendere a compromessi e sentirsi come se dovesse rinunciare a qualcosa per stare in relazione con le altre. In breve, se non riusciamo a trovare un modo per stare insieme che sia soddisfacente per tutti, è meglio separarci. Questa strategia senza compromessi può ovviamente esistere anche in altre relazioni poliamorose, ma per l’anarchico relazionale è fondamentale!

E quindi veniamo alla più diffusa definizione di poliamore, ovvero “la pratica, il desiderio o l’accettazione di più di una relazione intima contemporaneamente, con la consapevolezza e il consenso di tutti i coinvolti”. Ma come si può definire l’intimità? Nella norma monogama che pervade la maggior parte delle nostre culture, l’assunto è che ci sia una profonda differenza tra amicizia e amore, e nella maggior parte delle forme di poliamore questo assunto rimane immutato, anche se meno rigidamente**. Gli anarchici relazionali cercano di disfarsi del tutto di questa distinzione.

Per noi non c’è necessariamente una differenza chiara tra amici ed amanti. Ci concentriamo su ogni relazione per il suo contenuto unico, e non tanto sul determinare se il contenuto le piazza in una categoria piuttosto che un’altra. Il che mi porta a quello che credo la parola “anarchia” significhi in questo contesto. Ho sentito a volte qualcuno descrivere molto letteralmente l’anarchia relazionale come “la pratica di non organizzare le relazioni secondo una gerarchia”, un’affermazione spesso seguita da molta confusione su cosa questo significhi nella pratica. La mia percezione è che questa definizione sia più o meno inaccurata, se non altro perché ci saranno sempre persone che vorrete vedere di più e altre che vorrete vedere di meno, e questa è in sé una gerarchia.

Però (come disse una volta un saggio agente di CrimethInc.) anarchia e gerarchia coesistono sempre, in certa misura. Credo che “anarchia” voglia dire non distinguere le amicizie dalle relazioni amorose (con una gerarchia tra le due), ma piuttosto trattare ogni relazione come entità unica, libera di svilupparsi come le pare. Ecco un altro modo per riassumere: le persone, nella norma, tendono a destreggiarsi tra diverse amicizie. Quando si incontra un vecchio amico sicuramente non importa che ci si sia visti ieri o cinque mesi fa, e sicuramente importa poco cos’ha fatto nel frattempo o con chi. Con i vecchi amici, la domanda è sempre “che vogliamo fare oggi?”. Questa è una qualità che gli anarchici relazionali vogliono estendere a tutte le relazioni, non importa che esse contengano romanticismo, intimità o sesso.

Genitorialità e anarchia relazionale

Spesso mi chiedono se considero l’anarchia relazionale una configurazione stabile e sostenibile, in particolare per quanto riguarda la crescita dei figli. La mia risposta breve: sì, con una buona comunicazione. Come per ogni altro tipo di relazione. Ovviamente che cosa esattamente costituisca “buona comunicazione” richiede un post a parte. O un video di 3-4 ore… (non importa in che tipo di relazione vogliate stare, guardatelo. Non sembrerà un granché a giudicare dai primi 5 minuti, ma migliora in seguito. Vale ogni minuto).

Per rispondere alla domanda in maniera meno zelante, vorrei sottolineare che l’uso stesso delle parole “stabile” e “sostenibile” fa sorgere un’ulteriore domanda. Cosa significa per una relazione “essere sostenibile”? Letteralmente che la relazione verrà sostenuta? Finché-morte-non-ci-separi? In questo caso, è necessario comprendere che la “sostenibilità” non è ciò a cui puntiamo, non è un modello, per noi. Come accennavo di sopra, per il nostro standard è meglio che una relazione finisca, piuttosto che proseguire quando il suo mantenimento comporta compromessi e sacrifici.

Finché una relazione ha significato per le persone coinvolte e soddisfa i loro bisogni, sostenerla verrà senza sforzo e con gioia. Se cessa di avere significato e di rispondere a bisogni, il suo mantenimento richiederà forze crescenti, e a quel punto la relazione dovrà cambiare o, se non può, finire. Che sembrerà triste, ma non sarà indesiderabile! Capisco chi pensa che tutto questo sia grezzo o radicale, ma allo stesso tempo pensate a tutte le persone che, nel corso degli anni, sono rimaste troppo a lungo in relazioni in cui erano scontente o che facevano loro del male. Chi beneficia di tutto questo? Chi ne è reso più felice? Quel che spesso accade è che, quando ci si concentra sui propri bisogni in ogni situazione, riesaminando costantemente quel che si vuole l’uno dall’altro e quel che si ha da dare, le separazioni smettono di essere gli episodi drammatici che sono nelle relazioni orientate alla coppia, e prendono più spesso la forma del cambiamento piuttosto che della fine.

Si potrebbe dire che le relazioni anarchiche siano in effetti più sostenibili di quelle di coppia, ma personalmente preferisco inquadrare le cose in un altro modo, concentrandomi su valori diversi dalla sostenibilità. Significa che avere figli in questa cornice è una pessima idea? Non necessariamente. Ho incontrato diverse persone che stanno crescendo figli in costellazioni diverse dalla tradizionale famiglia nucleare eterosessuale, anche se nessuna di loro, che io sappia, si identifica esplicitamente come anarchico relazionale.

Quando penso a crescere figli da anarchico relazionale, quello che mi immagino sono genitori che si comportano un po’ come genitori single, nel senso che ogni adulto funziona come un individuo, con buona parte delle proprie energie dedicate ai bambini. Immagino questo richieda una gestione oculata dei propri bisogni e risorse nel rispetto di quelli dei figli, il tutto entro l’intricata rete di connessioni che tende ad essere la vita quotidiana di chi organizza anarchicamente le proprie relazioni. Si può pensare che questa situazione possa diventare troppo imprevedibile per farci crescere dei figli, ma instabilità e insicurezza sono problemi che possono emergere in qualunque tipo di relazione. Mantenere una situazione stabile e sicura per i bambini dipenderà largamente (come molte altre cose) dalle abilità comunicative dei genitori, piuttosto che dal tipo di relazione che essi hanno (monogama, poliamorosa o anarchica).

Una situazione in cui il nostro approccio alla genitorialità può essere davvero d’aiuto è quella della separazione o del divorzio. Come già detto, nella norma monogama e non solo le separazioni sono cose spaventose che generano una quantità di problemi. Se ci sono figli, la scena si fa ancora più scura con la prospettiva di infinite dispute sulla custodia e di anni di vita più complicata per tutti a venire. In questo senso un approccio anarchico potrebbe offrire più sicurezza ai bambini rispetto ad uno tradizionale, perché il raffreddamento dell’interesse romantico tra i genitori non comporta necessariamente il sorgere di problemi o di instabilità per la famiglia, come inevitabilmente succede a modelli famigliari più chiusi.

Come funziona in pratica

Per come sto vivendo la mia vita in questo momento, le relazioni sono per me un focus importante. Passo la maggior parte del mio tempo libero insieme ad altre persone, e mi piace così. Ho alcune relazioni intime di varia natura, e un altro gruppo di persone che non sono altrettanto intime. La distinzione tra relazioni più e meno intime non è però chiarissima, e dipende perlopiù da quanto tempo trascorro con le persone in questione, e non è principalmente definita dall’eventuale contenuto sessuale della relazione. Ogni tanto sorge un problema nel contesto di una relazione, nel qual caso cerchiamo di risolverlo utilizzando le nostre migliori intenzioni e abilità comunicative, idealmente con tutte le parti impegnate a concentrarsi sui bisogni altrui come meglio possono. Le mie relazioni cambiano continuamente, e faccio del mio meglio per restare positiv@ e apert@ nei confronti dei mutamenti. Permettere alle cose di rimanere fluide e mutevoli è una strategia per soddisfare i miei bisogni e quelli dei miei amici, ed ha dimostrato di funzionare bene per me.

Ma quando devo descrivere come funzionano nella pratica le mie relazioni anarchiche, mi ritrovo impantanat@ nelle trappole del linguaggio stesso. Le parole usate più comunemente per descrivere le relazioni intime non sono semplicemente adatte. Ragazzo/ragazza, con il loro bagaglio di genere e normatività, non sono parole che sono a mio agio a usare per descrivere il modo in cui mi relaziono alle persone a me più vicine. La maggior parte delle opzioni disponibili si portano dietro problemi simili. Ad esempio, personalmente mi piace molto “amante”, ma questa parola sembra evocare per molte persone connotazioni negative e di illiceità.

Per ora uso “amic@” per denotare praticamente tutte le mie relazioni intime, in mancanza di opzioni migliori. Ho cercato di stabilire un linguaggio che si concentri sul contenuto di ogni relazione, piuttosto che cercare una parola per descriverle. Alcuni esempi di contenuto potrebbero essere: intimità, connessione empatica, sesso, discussione filosofica, fare musica, supportarsi nei periodi difficili, lavorare insieme, cucinare, fare sport, discussione intellettuale, pratiche spirituali, guardare film, ballare, ecc… Ogni relazione consiste di una combinazione specifica di contenuti. Alcune combinazioni si traducono facilmente in concetti quali “coppia” o “amici”, altre sono un po’ più inusuali. In ogni caso, questo linguaggio si concentra molto chiaramente sui caratteri reali della relazione di cui si sta parlando, piuttosto che misurare la relazione sulla base di modelli preconcetti quali “fidanzato”.

Anarchia relazionale come movimento

In Svezia il movimento dell’anarchia relazionale non è strutturato allo stesso modo, per fare un esempio, della comunità poliamorosa. Non ci sono, che io sappia, incontri specifici di anarchici relazionali (se mi sono pers@ qualcosa fatemelo sapere!). C’è indubbiamente un movimento, ma si compone semplicemente delle vite e delle azioni delle persone che ci si identificano. Non c’è un’agenda programmatica, e credo che a molti di noi stia bene così. Non è che sia apolitico, almeno non direi. L’anarchia relazionale in sé è inevitabilmente radicata o connessa ad una critica della normatività nelle relazioni intime, e molto spesso si intreccia anche con un’analisi del sessismo eterosessuale. In effetti, alcuni preferiscono parlare di *attivismo* relazionale, per sottolineare che parte di quel che vogliamo è contribuire a creare un mondo più libero, più equo e in generale migliore, proprio come gli attivisti in altri campi. Comunque, la comunità degli anarchici relazionali è perlopiù disorganizzata, anarchica, se volete.

Per quanto riguarda il perché un movimento dovesse nascere proprio in Svezia, non sono cert@ esista una buona risposta. Forse una spiegazione può essere che questo tipo di relazioni sono state e sono praticate in molti luoghi, ma in Svezia ci sono molti femministi brillanti e scrittori anarchici che hanno tradotto queste cose in parole, dato alla AR un nome, figurativamente e forse anche letteralmente (qualcuno sa quando è stato usato per la prima volta?), contribuendo a darle una forma più chiara che ne ha poi facilitato la diffusione. Un esempio molto importante sono i molti testi su questo argomento di Andie Nordgren. Oltre al Manifesto dell’anarchia relazionale, c’è una serie di testi molto profondi su andie.se (ma sono tutti in svedese). Certo, una persona da sola non fa una scena, ma tutti quei lavori hanno probabilmente ispirato moltissime altre persone. Grande stima a Andie per tutto il suo contributo!

Non è facile dire che cosa riserva il futuro all’anarchia relazionale. Ci si può aspettare che la scena cresca e che il concetto ottenga un più ampio riconoscimento. Come sottolineato in un post dello scorso anno, sembra esserci un generico movimento di allontanamento dalla monogamia che sta prendendo piede in diversi luoghi (non soltanto negli Stati Uniti). Su uno spettro con la famiglia nucleare monogama da un lato e l’anarchia relazionale dall’altro, molte persone sembrano muoversi gradualmente verso quest’ultima. Con sempre più gente che scopre questi concetti, sempre più comunità che cominciano a considerare la non-monogamia una scelta legittima, un numero crescente di persone stanno aprendo le loro relazioni in gradazioni diverse. Un aspetto del nostro movimento che merita una menzione è l’autoanalisi. Con l’aumentare del numero delle identità non-monogame e la formazione di un movimento più chiaro, credo sia molto importante imparare a guardare criticamente a ciò che stiamo facendo. Siamo tutti cresciuti in un mondo iniquo, e tutti siamo più o meno influenzati dalle strutture oppressive che ci circondano. Se ne rimaniamo consapevoli possiamo provare a costruire una comunità che partecipi alla lotta per smantellare le iniquità, e che idealmente costituisca uno spazio più sicuro per le persone meno privilegiate. Janani di Black Girl Dangerous ha un paio di cose da dire a questo proposito.

A parte questo, mi auguro che l’attivismo relazionale continui a crescere e ad essere una forza positiva nelle nostre comunità. Spero che chi sta già esplorando le possibilità su come relazionarci l’un con l’altro continuerà ad ispirare altre persone a sviluppare la propria consapevolezza sulle relazioni e sulle norme che le circondano.

La mia speranza è che, in questo modo, possiamo aiutarci a vicenda a creare un mondo più pacifico e felice.

* Uso le parole “noi”, “nostro”, ecc. anche se, come sottolineo nella mia risposta alla quarta domanda, il movimento della AR è perlopiù disorganizzato, senza un consenso chiaramente definito su questi argomenti. Le opinioni che presento qui rappresentano la mia percezione delle idee mantenute dalle persone in questo movimento. Non tutti i membri della comunità devono necessariamente essere d’accordo con quello che ho scritto qui, però percepisco strutture e motivi al suo interno abbastanza forti da formare un senso del “noi”.

** Ho osservato che la distinzione tra amicizia e amore è più interiorizzata per alcune persone rispetto ad altre. Personalmente non ho mai sentito una distinzione così chiara tra le due cose, ma ho parlato con altri per i quali essa è essenziale. Ho una teoria secondo cui la forza con cui una persona percepisce questa distinzione è uno dei fattori che governano l’inclinazione individuale alla non-monogamia. Non credo sia un tratto fisso: ho fiducia che con tempo e pazienza (e una buona dose di perdono per se stessi) ci si possa riprogrammare e imparare a funzionare in maniera diversa. Però è qualcosa che davvero bisogna fare per se stessi, sapendo bene perché la si fa.

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L’articolo originale è Relationship Anarchy is not Polyamory, di Autumn per Multiple Match.
Autumn è un@ musicista, ballerin@, anarchich@ e attivista di Malmö, in Svezia.
Tradotto da . Questo articolo è stato pubblicato originariamente su L’edicola internazionale.

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