Eventi poli? Ecco una testimonianza

Scritto da Vera Di Santo on . Postato in Comunità, Notizie, Opinioni

“Ho incontrato belle persone, ascoltato riflessioni interessanti e profonde, e posso solo dire che spesso scegliere di mettersi in gioco, di uscire dalle proprie zone di comfort, di ascoltare anche punti di vista ed esperienze differenti dai propri può solo arricchire e portare del bene…”

In questi ultimi 3 anni abbiamo assistito ad un boom di iscrizioni ai gruppi Facebook degli eventi poli territoriali, complice sicuramente la crescita esponenziale di popolarità del poliamore sui media mainstream quanto negli ambienti più alternativi, e magari anche le scarse opportunità di trovare ambienti che possano soddisfare un nostro generale bisogno di appartenenza e riconoscimento al di là delle chiacchiere da bar o da spogliatoio.
Bene, se siete fra quellx che si stanno ancora chiedendo come siano questi fantomatici incontri poli ma che non hanno ancora avuto modo/curiosità/motivazione sufficiente per parteciparvi, questo articolo è per voi.

Vi proponiamo la testimonianza in prima persona di un ragazzo, un amico, che ha deciso di partecipare all’incontro organizzato da Poliamore Toscana il 12 agosto scorso e di raccontare la propria esperienza, le proprie riflessioni e un pezzo della sua storia di vita non-monogama.
Chiaramente una delle tante esperienze che si possono fare e, come direbbe lo stesso protagonista, ben lontana dall’essere la norma, ma comunque un’ottima fotografia degli incontri toscani di questi ultimi anni, a parer nostro.

NOTA: all’interno del testo sono utilizzati molti termini poco conosciuti, soprattutto per chi è a digiuno di riflessioni su genere/orientamenti/stili relazionali. Molte definizioni sono comunque esplicitate all’interno del testo. Per le altre vi rimandiamo al nostro Glossario e al piú esteso Piccolo dizionario dell’attivismo bisessuale (femminista e intersezionale) a cura del coordinamento Mondo Bisex.

Approfittiamo per ricordarvi che potete scriverci a info@rifacciamolamore.it per proposte di traduzione, testimonianze, segnalazioni e richiesta informazioni sul nostro lavoro editoriale.

Buona lettura!

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Sono sicuro che almeno una persona potrebbe essere interessata a quanto ho vissuto, percui mi sento di scrivervi “due righe” su quel che è stato discusso ad un meeting di qualche settimana fa a Viareggio, organizzato dal gruppo Poliamore Toscana (ma non per questo senza partecipazione di persone monogame, che, anzi, hanno portato interessantissime riflessioni).

Il tema di questo incontro è stato l’amatonormatività, ossia tutte quelle regole, convenzioni, standard socio-culturali ritenuti come “normali” all’interno delle relazioni, dove per “norma” s’intende la stragrande maggioranza dei casi, che in qualche modo detta quindi legge, non un normale vs anormale inteso in senso spregiativo.

Naturalmente, come è mio solito fare, ho portato il mio bagaglio esperienziale, culturale e personale, sia perché non avrebbe avuto senso fare diversamente, sia nella speranza che potesse servire a qualcun* / qualcosa il mio feedback soggettivo, e così è stato.
Ho incontrato belle persone, ascoltato riflessioni interessanti e profonde, e posso solo dire che spesso scegliere di mettersi in gioco, di uscire dalle proprie zone di comfort, di ascoltare anche punti di vista ed esperienze differenti dai propri può solo arricchire e portare del bene, per cui non posso che ringraziare per l’opportunità che mi è stato dato di vivere.
Decisamente inerente agli argomenti discussi, ho portato con me il fatto di essere nato in un corpo femminile ed avere lottato con stereotipi, ruoli di genere, imposizioni socio-culturali, ghettizzazioni, tabù, ignoranze per poter essere me stesso ed esprimermi nella mia personale forma di uomo, maschio, individuo a sé stante, nonostante dentro di me alberghino molti dettagli e sfumature che, per la maggior parte delle persone, proprio a causa della “norma” pare che siano in contraddizione con il mio percorso di vita fatto. Credo che, nel corrente anno 2018, sia più che abbondantemente giunto il momento di capire, ed accettare, quanto sia impossibile ricondurre le persone a caselle di tabelle preconfezionate, appiccicando etichette vincolanti che rimandino necessariamente a binarismi rigidi e privi di possibile obiezione o a luoghi comuni e preconcetti pregiudicanti.

Durante l’incontro erano presenti persone genderqueer, intersex, transessuali e/o transgender, cissessuali, cisgender, monogame, non-monogame, poliamorose, anarchiche relazionali, una sfaccettata, varia moltitudine di esperienze, punti di vista, vissuti, racconti da poter condividere per meglio comprendersi reciprocamente e per insegnare ad imparare ad accettarsi per chi e come si è, sia verso di sé che verso gli/le altr*.

Non potrei dire quale sia stato il momento più significativo o bello dell’incontro, perché “la giornata in sé” forse non sarebbe comunque una risposta sufficientemente esaustiva, ma posso dire che, forse per la prima volta, mi sono ritrovato in un contesto in cui non conoscevo praticamente nessuno, c’ero io con la mia faccia, il mio corpo, la mia voce, e c’era la mia trasparenza nel raccontare di come io sia transessuale, demisessuale, anarchico relazionale, senza filtri, senza omissioni particolari, così come veniva, ed è stato bello sapere che, oltre ed al di là del contesto virtuale, che rende tutti* un po’ più coraggios*, ero comunque disposto a, ed in grado di, aprirmi in trasparenza, con ascolto e rispetto verso l’altr* da me, per il mero piacere di scambiare riflessioni con persone profonde e variegate.

Forse, trattandosi peraltro di un meeting inerente alle relazioni, la cosa più bella è stata scoprire la curiosità rispetto all’anarchia relazionale, che quasi sempre è sconosciuta, ma che, probabilmente, caratterizza molte più persone di quante esse stesse per prime possano immaginare, e così vorrei intanto spenderci due righe, che riprendo da una spiegazione che ho dato ad una persona di recente.

In sostanza, l’anarchia relazionale considera come assente una differenza fra i vari, possibili tipi di amore e relazione, mettendo sullo stesso piano, senza disparità d’importanza, impegno, attenzioni date, relazioni romantico-affettive di stampo più o meno tradizionale, amicizie profonde, escludendo, in caso di pratica di non-monogamia etica, l’idea di “relazioni primarie” e “relazioni secondarie” e quindi rifiutando ogni gerarchia di sorta. Ogni relazione viene vista come una dinamica a sé stante che, fluidamente, nasce e si evolve (volendo, mutando anche) seguendo la propria direzione e dimensione, senza rifarsi a preconcetti, a standard, ad aspettative socio-culturali, ma semplicemente dando voce alla propria potenzialità, sulla scia dei sentimenti e dei bisogni provati dalle persone coinvolte, che esse siano due o più di due, dal momento che essere anarchici relazionali non vuol dire necessariamente né avere una sola relazione in senso progettuale e/o sessuale, né averne per forza più di una (quindi, all’atto pratico, si potrebbe essere tanto monogam* quanto poliamoros*, poiché il fulcro dell’anarchia relazionale è la libertà di reinventarsi e ripensare le interazioni con altr* sulla base della singola situazione di per sé).

Io, per esempio, sto vivendo attualmente due amori che per il resto del mondo sono definiti e definibili come mie* miglior* amic*. Non ci sono progetti né sessualità, con nessun* de* due, per loro scelta, ma entramb* sono a conoscenza di questi miei sentimenti per loro e dell’investimento psico-emotivo che ne consegue, di come, quindi, il mio impegno verso di loro sia pari a che se stessimo insieme in senso più o meno tradizionale, o se fossero presenti progettualità e/o sessualità, anche se in concreto non è così. Io so benissimo che, per me, loro non sono amic* intesi nel senso tradizionale e normativamente considerato del termine, per me sono due amori, così come so che con un* potrei andare tranquillamente a convivere anche adesso, anche senza scambi sessuali di sorta o progettualità ulteriori, e con l’altr* potrei / vorrei crescere de* figl*, anche senza condividere scambi sessuali, o convivere, entrambe cose che comunque, per me, nel caso non sarebbero un problema e sarebbero più che benaccette.

Parlare, sia da parte mia che di terz*, di un concetto relazionale che fuoriesce bene o male completamente dagli standard, ha permesso di entrare nel vivo della discussione, che appunto trattava il tema dell’amatonormatività.
Vediamo quindi di che cosa si tratta, passando un po’ in rassegna gli aspetti che caratterizzano la relazione ritenuta invece lo standard:

Monogamia.
Vuoi per socio-cultura retrostante, vuoi per scelta personale, vuoi l’impronta patriarcale che da secoli ci caratterizza, vuoi per natura della singola persona, la maggioranza di noi sceglie e porta avanti una singola relazione per volta. Che sia l’unica e sola mai vissuta, “finché morte non vi separi”, o che sia uno dei vari amori provati durante la propria vita, ma sempre e solo uno per volta, l’amore “unico e solo”, per cui pensare di provare sentimenti anche per terz* diventa praticamente impossibile aprioristicamente, è quanto, solitamente, si riscontra. Tutto ciò che fuoriesce da questo concetto viene spesso automaticamente visto come “impossibile, sbagliato, da zoccola, da puttana, non serio, frivolo, incapace di prendersi e mantenere impegni e responsabilità” e molte altre definizioni spregiative. Esiste, in automatico, il pensiero che non si tratti di amore per più persone, ma di mero interesse sessuale, quando non è (quantomeno non necessariamente) così. Si assiste spesso, per sopperire alla difficoltà di restare legati ad una sola persona ad vitam, a tradimenti taciuti, possessività esclusiva distorta, non sana, gelosa, violenta, abusante, ma sempre giustificabile “in nome dell’amore”, come se essere solo in due, e sempre e per sempre, fosse più importante della qualità del rapporto stesso, a discapito della salute psico-fisico-emotiva dei membri della coppia, che potrebbero anche passare il resto delle loro vite a massacrarsi, insultarsi, violentarsi, mancarsi di rispetto, purché, appunto, quantomeno sulla carta e agli occhi di tutt*, restino solo in due.

Eterosessualità obbligatoria (eteronormatività).
Una volta mi è capitato di parlare con una persona che mi disse che sì, aveva provato interesse per una persona del suo stesso sesso, ma no, aveva preferito non indagare ulteriormente, fingere di niente, cancellare quei pensieri e quelle pulsioni, in funzione di una più “normale” tensione a persone del sesso opposto, come ci si aspetta che sia. Davanti alla possibilità di scegliere se intraprendere una relazione eterosessuale od omosessuale, a prescindere da quale sia l’orientamento effettivo retrostante, spesso si assiste ad una scelta “di comodo” che implica il “normalizzarsi” rispetto a ciò che la socio-cultura, e, conseguentemente, la maggioranza delle persone, si aspetta da noi. A volte si assiste addirittura a forzature quali gay e lesbiche che si relazionano fra loro, di facciata, in modo che la collettività non sappia il loro reale orientamento, per avere “vita più facile” sulla carta, andando poi a relazionarsi di nascosto con persone dello stesso sesso, come dovrebbe essere il loro effettivo orientamento. La cultura ha inculcato così fortemente l’erroneità di fuoriuscire dalla “norma”, di dover essere necessariamente come tutt* gli/le altr*, da portare persone a reprimersi parzialmente o completamente, a volte scagliandosi addirittura contro terz* con aggressività, cattiveria, odio, mancata accettazione di quel che ess* fanno e che, chi pratica omotransfobia, non riesce ad accettare di altr* o, peggio ancora, di sé e, dunque, a vivere.

Gerarchia relazionale.
Per motivi vecchi di secoli, tramandati di generazione in generazione, di cultura in cultura, viene ritenuto logico, “normale”, necessario che la relazione standardizzata, monogama, fra uomo e donna, naturalmente sposati, naturalmente con figl*, sia vista come unica, sola, assoluta e decisamente prioritaria rispetto a qualsiasi altra relazione e/o interazione con terz*, che non possono mai, in alcuna misura, essere viste anche solo per un momento come più importanti di quella “primaria” vissuta. Il mio migliore amico potrebbe anche essere a casa malato, senza nessuno che si possa prendere cura di lui, bisognoso di aiuto, ma non importa, se ho famiglia, sono sposato, magari ho pure dei figli, devo lasciarlo al suo destino, a rotolarsi nel suo letto, e rimanere a casa ad occuparmi del mio sistema famigliare, anche se tutti stessero bene, anche se i/le mie* figl* fossero già maggiorenni, magari pure fuori di casa, non importa, poiché la relazione di cui prendersi cura è una ed una soltanto e questo deve avvenire 24/7, 365 giorni all’anno, ogni anno, da che la relazione comincia fino alla fine dei miei giorni, pena l’essere visto e considerato come un egoista, menefreghista, fannullone, irresponsabile di pessimo esempio.
A volte capita di assistere allo stesso concetto anche in ambito non-monogamico, che non è esente da questo gerarchizzare, tale per cui la “relazione primaria”, a discapito delle “relazioni secondarie”, viene messa sul piedistallo delle priorità, con una disparità evidente di impegno, presenza, tempo speso, sfumature concesse ed esperienze vissute.

Scala mobile relazionale.
Tutto ciò che fuoriesce o si discosta da essa, in automatico, secondo la “norma”, viene visto come non serio, non duraturo, non affidabile. Le relazioni devono necessariamente cominciare con una conoscenza occasionale, che si trasforma in flirting, corteggiamento, consolidazione del rapporto e conseguenti fidanzamento ufficiale, matrimonio, convivenza, figli (e ovviamente, prima o poi, morte e tomba in comune / vicine). Se non si segue scrupolosamente quest’ordine di eventi, si salta qualche passaggio o si priva una relazione di alcuni di essi, essa non viene più considerata come seria ed un investimento a lungo termine, poiché non è considerabile come logico non desiderare di sposarsi, vivere insieme, crescere una famiglia, e se ciò non avviene la persona deve necessariamente avere “qualcosa che non va”, perché “come puoi non desiderare tutto questo?”, come fosse logicamente, automaticamente, chiaramente ovvio che tutti dovremmo volere innanzitutto una relazione e poi, all’interno di essa, le stesse identiche cose, nella stessa identica maniera, per gli stessi identici motivi, sforzandoci necessariamente perché ciò avvenga, pena l’essere ritenuti “anormali, insani, malati, guasti” e conseguentemente denigrati, messi al bando ed esclusi.

Scala mobile sessuale / normatività sessuale.
Qui entra in gioco tutto lo spettro sessuale, che va dall’ipersessualità, alla sessualià, all’asessualità, passando per sfumature di essa, quali per esempio la demisessualità che mi appartiene, per cui non si provano impulsi ed interesse sessuale verso qualcun* finché non si è instaurato un legame psico-emotivo molto profondo con ess*. Nella mente nella persona media, normativizzata, esiste l’idea che relazionarsi con qualcun* implichi necessariamente il volerci e doverci fare anche sesso, ché altrimenti si sarebbe anormali a non farlo. Ci si incontra per caso, ci si sente attratti fisicamente, si decide quindi di provare a conoscersi e poi si finisce insieme. Che si voglia uscire con qualcun* semplicemente per scambiarci due chiacchiere, magari per edificare un’amicizia, o con l’idea di condividere una progettualità e solo essa, o magari di convivere, ma senza interazioni fisiche di sorta, solo con una sana vita domestica fatta di scambi verbali ed emotivi, tutto questo non è contemplato. Non lo è nemmeno il fatto che esista quella cosa chiamata consenso, per cui non necessariamente tutte le persone potrebbero avere gli stessi gusti, interessi, voglie, bisogni a livello di pratiche sessuali in quanto tali, naturalmente immaginate sempre all’interno degli stereotipi e ruoli di genere socio-culturalmente imposti. Se una persona avesse voglia di fare, per esempio, sesso anale, sarebbe normativamente un “io provo a metterglielo dentro e vediamo come va”, senza considerare che l’altra potrebbe non avere alcun interesse al riguardo, viverlo negativamente, non piacergli, sentirsi violata nel diritto di scelta e dunque, conseguentemente, di fatto violentata, perché costringere una persona a vivere un’esperienza per cui non ha esplicitamente detto “ok, mi sta bene”, provando piuttosto ad imporgliela o a forzare la mano, è, a tutti gli effetti, un violentare ed abusare di essa. Un “no” è un no, un “non ora” è un no, un “non sono convint*” è un no, un “ci devo pensare” è un no, un “ci ho ripensato, non mi va più” è un no, se l’altra persona è momentaneamente incapace di intendere e di volere, è ubriaca, svenuta, si è addormentata, è un no, e così via, andando avanti con gli esempi.

Un’altra cosa che mi ha colpito, già da prima di questo incontro, e che mi piace riportare per conoscenza esterna, è una persona che ha parlato di “lithromanticismo“, ossia dell’essere romanticamente attratta e coinvolta verso qualcun* altr* solo finché l’altr* non dichiara interesse a sua volta, cosa che la porta a sentire il proprio interesse svanire. Diciamo, quindi, relazioni romantiche immaginate con qualcun*, che non diventeranno mai effettivamente reali e che, quindi, potrebbero anche comprendere fantasie sessuali, ma non si concretizzeranno mai in un rapporto pratico.

Riconoscimento sociale e legale della relazione.
Ne abbiamo sentito parlare molto nel periodo in cui è stato valutato come stilare, e conseguentemente approvare, il Dl Cirinnà sulle coppie omosessuali ed eventuali figl*. Questo difficile passaggio nell’affermare e consolidare la parola matrimonio anche per persone dello stesso sesso, come se, come appunto dicevamo prima, il matrimonio fosse un gradino più in alto rispetto alle altre forme relazionali, una sorta di “unione di serie A”, rispetto alle unioni civili accettate per gay e lesbiche in un paese retrogrado quale è il nostro, che conseguentemente l* considera in qualche maniera come “cittadin* di serie B”. Tutto ciò che non è matrimonio, in qualche maniera è socio-legalmente ritenuto come inferiore, oppure, da alcune persone, non riconosciuto proprio, nonostante la legge parli chiaro, per quanto ancora sia da approfondire e migliorare (ogni riferimento ai neo ministri è logicamente, puramente casuale). Allo stesso modo, al di fuori delle convenzioni di matrimoni ed unioni civili, non vengono riconosciute come paritarie, o serie, o impegnate, relazioni che non ricorrano ad essi, o che fuoriescano dalla normatività che si è soliti aspettarsi, con conseguenti storcimenti di naso per padri e madri single, famiglie allargate, coppie non conviventi e via dicendo.

Binarismo, sessismo, ruoli di genere.
Quindi tutto ciò che fuoriesce dagli standard, dai luoghi comuni, dall’immaginario collettivo distorto dato da canoni di riferimento quali l’allegra famiglia alla Mulino Bianco e i cartoni animati con cui ci bombardano fin da quando siamo piccol*. Il mondo pare essere fatto da principi e principesse e tutto quel che si discosta da questi due macro insiemi è automaticamente ritenuto come illogico, insano, inammissibile e “perché mai non dovresti volere una cosa del genere anche tu?”, sommato al “in ogni bambina c’è una principessa / un cigno che non aspetta altro che sbocciare” e “ogni maschio è un principe / un leone forte e possente”, con conseguenti atteggiamenti, massificazioni, eserciti di apparenti cloni che si possono riscontrare in ogni dove, anche solo camminando per strada, perché qualcun* ha detto che è così che deve essere. Come già per primi fanno i test psicologici che vengono proposti nelle psicoterapie, sia in contesto generale che specificatamente in ambito di identità di genere, che sia con terapeuti privati o peggio ancora in centri specializzati nella tematica della disforia, tutto ciò che non è binario e standardizzato, come per esempio un MMPI o BEM test vogliono asserire, automaticamente è “malsano, deviato, inconcepibile, distorto, inadeguato, inaccettabile, da reprimere, da attaccare, bersagliare, demolire”.

Scarsa cultura del consenso.
Come già prima accennata rispetto alla sessualità, questo vale anche rispetto a quelli che sono gli accordi che si possono prendere rispetto ad una relazione. Se non esiste trasparenza, chiarezza, onestà di chi si è, di cosa e come si è, di quel che si cerca e si vuole, quindi informazione al riguardo, consapevolezza di ciò che si può offrire e che si cerca, non può conseguentemente esistere consenso al riguardo di quel che si sta per andare a vivere. Dialogare della relazione e delle eventuali altre persone coinvolte, lavorando costantemente sul confronto costruttivo, sulla consapevolezza di sé, sul proprio equilibrio per far sì che ogni dinamica a sé stante funzioni, sia sana, sia onesta e consensuale, non è né dovrebbe mai essere un optional, mentre spesso si riscontrano bugie, omissioni, sfruttamenti, abusi, mancanze di rispetto in nome di un tutto dovuto basato su preconcetti e standardizzazioni prefissati e venduti come necessariamente giusti e condivisibili universalmente, da tutt*.

Innamoramento.
Un po’ ridendo e scherzando, siamo partiti dal concetto portato avanti dal cinema, o dai romanzi, per cui l’unico vero e solo amore è quello del proverbiale colpo di fulmine, per la persona perfetta per sé, che in automatico ricoprirà ogni nostro bisogno, momento, attenzione, e tutto questo avverrà da un giorno all’altro, come è giusto e sacrosanto che sia, ed altrettanto logicamente si concluderà in un “e vissero per sempre felici e contenti” che verrà coronato con un immancabile matrimonio nel giro di, di solito, qualche giorno o settimana. Viva il romanticismo.

Durante l’incontro si è parlato di quelle che io chiamo “scelte ragionate col cuore”, invece, di come a volte si possano nutrire emozioni fortissime per qualcun*, quella fase di piacevole ubriacatura da nuvolette rosa causata da dopamina ed altri ormoni rilasciati nella fase di innamoramento, che di fatto ci rende in qualche modo come “drogati” verso quella persona, facendo e dicendo cose che, in condizioni normali, probabilmente non faremmo o penseremmo nemmeno ed a cui magari, in seguito, ripenseremo chiedendoci che cosa cazzo ci fosse preso. Relazioni che nascono quindi, di fatto, da un’ossessione momentanea che, se avessimo potuto riflettere un minuto di più, magari avremmo compreso essere sbagliatissime per noi, incompatibili, o magari anche tossiche e distruttive, ma che, annebbiati dalla frenesia ormonale iniziale, abbiamo scambiato per sentimenti più profondi, per amori effettivi, per dinamiche giuste per noi ed inerenti a ciò che ci piace, che cerchiamo, di cui abbiamo realmente bisogno e che necessitano di tempo per potersi consolidare. Una “scelta ragionata col cuore”, invece, permetterebbe di andare a vivere esattamente quello che si sta cercando, nel modo giusto e funzionale per noi, bypassando l’illusione romantica romanzata di avere trovato finalmente la proverbiale anima gemella che ci salverà e risolverà tutti i problemi della nostra vita, rendendoci finalmente completi, felici, realizzati, quando tutto questo può esserci dato solo ed unicamente da noi stessi e non dipende da nessun* di estern*.

È stata anche fatta una valutazione rispetto a ciò che l’innamoramento, solitamente, causa rispetto alla categorizzazione delle persone a noi esterne in due macro insiemi, quello di chi è relazionabile e/o scopabile e la cosiddetta friendzone. L’argomento è partito da me, se non ricordo male, nel mio ragionare circa il fatto che, essendo io demisessuale ed avendo bisogno di conoscere la persona approfonditamente, prima di provare eventuale interesse relazionale e/o sessuale verso di essa, di conseguenza potrei arrivare a desiderare un’interazione differente dall’amicizia magari dopo anni, quando ormai, la persona media, mi avrebbe già “friendzonato” infinite volte, una condizione da cui è molto spesso praticamente impossibile riuscire a scardinarsi. Abbiamo quindi notato come, di solito, una delineata rigidità prevalga su una flessibilità potenziale.

Sicuramente avrò scordato qualcosa di tutto quel che è stato detto, sia perché ricostruirlo a posteriori non è facile, sia perché si è detto e si sarebbe potuto dire molto di più, sia in questa che in altre sedi, non c’è mai fine alla possibilità di approfondimento e ragionamento. In ogni caso, questo è quel che, a grandi linee e un po’ a braccio, ricordo, e spero che possa risultare utile e/o interessante a qualcun* che non era presente, come è stato per me, naturalmente concludendo che, in ogni caso, è stato ribadito che ogni persona abbia la sua personale natura e modalità di relazionarsi e che sia più che sacrosanto che ognun* abbia il diritto di viversi per come sente giusto e più appropriato per sé.

Bleen
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Bleen è un ftm anarchico relazionale, da anni affezionato al concetto “ama e fa’ ciò che vuoi”. Orientato all’ascolto e al problem-solving, ha fin da bambino il sogno di diventare uno scrittore. Come diceva un* insegnante, “dopo i diciott’anni scrivono solo i poeti o i coglioni”, e forse è entrambi, oppure nessuno dei due. La webzine Io sono minoranza ha da poco pubblicato un suo articolo sempre sulle non-monogamie.

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