Essere poli: scelta relazionale o caratterizzazione identitaria?

Scritto da Giorgia Morselli on . Postato in Opinioni

È da un po’ che ci penso, e devo dire che non è facile capire cosa faccia parte della nostra identità, e cosa no.
Sono arrivata alla personalissima conclusione che è tutto molto relativo.
Bella scoperta, eh? 😀 Ma non è così scontato!

Ad esempio, vi ricordate la risposta di Dan Savage al celebre Poliamoroso Poliedrico? (Se non l’avete letta eccovela qui.)
Dan fu letteralmente linciato, per quella sua affermazione! Perché aveva dato per scontato che il poliamore fosse “solo” una modalità relazionale: qualcosa che si sceglie, che comporta la libertà anche di non essere in quel dato modo, e che quindi è possibile cambiare in base al contesto e alle proprie intenzioni…
Peccato che per molte persone non sia assolutamente così!
Infatti molt* poliamorosi e poliamorose inferocit*, gli hanno risposto che per loro il poliamore è una vera e propria parte del Sé, esattamente come l’identità sessuale o l’orientamento sessuale.
Nessuna differenza.
Della serie: certo, puoi anche non avere relazioni poliamorose e fingerti monogam* (come puoi anche fingere di non essere omosessuale e costruire la “classica” famiglia formata da un uomo e una donna), ma non sarai felice. Perché in cuor tuo sai di essere così, e che quella è l’unica forma in cui puoi davvero “essere”, in modo libero e onesto.
Ta-dan! Ecco qui il poliamore come una caratteristica identitaria.

E ha un senso: perché l’identità, alla fine, è il modo in cui ciascun* di noi percepisce se stess* e costruisce il proprio modo di rapportarsi agli altri, al mondo, ai diversi contesti sociali.
In questo senso… cosa non è identitario, alla fine?
Ho già scritto, un pochino di tempo fa, riguardo alla differenza tra sesso e genere, e anticipavo proprio questo concetto: ogni cosa, potenzialmente, può essere identitaria.
Sesso, genere, religione, etnia, classe sociale, orientamento sessuale, professione. Perché tutto sommato identità è proprio l’insieme di tutto ciò che ci caratterizza e ci rende unici. Ma che cosa venga ritenuto essenziale e fondante, per la nostra identità, dipende da una valutazione strettamente personale.
Motivo per cui dare per scontato che il poliamore sia una modalità relazionale, o una caratteristica identitaria, è assai pericoloso. Perché non si può mai sapere a priori quali aspetti di una persona compongano il suo Sé.
Uno, tutti, nessuno, centomila?

Personalmente ho vissuto molto positivamente le mie relazioni monogame, e so che potrei ancora viverne, in futuro. Avere numeros* partner non è qualcosa che mi serve per essere me stessa. È qualcosa che trovavo bello e naturale da vivere in quel momento e con quei partner. Ed è qualcosa che magari porterò avanti per tutta la vita… ma perché io sceglierò di impostare così le mie relazioni. È una scelta attiva, che posso anche cambiare; non mi serve per esprimere la “mia vera natura”. In sostanza non perderei nessuna parte di me, né sarei un’altra persona, se incontrassi futuri partner con cui sto bene in modo monogamo e basta. Mi spiego?
Allo stesso modo, capisco e rispetto quelle persone che dicono “sono assolutamente e categoricamente monogam*”, o “è nella mia natura avere più partner”. Credo sia possibilissimo, in quanto tutt* noi abbiamo caratteristiche che percepiamo come fisse e immutabili, in quanto così radicate in noi da apparire come “genetiche”.
Certo, se mi chiedete se io creda che biologicamente l’essere umano sia monogamo… la mia risposta è no 🙂
Ma come biologicamente siamo, non coincide necessariamente con ciò che noi percepiamo essere, e con ciò che noi vogliamo essere.
Ecco, credo sia questo l’aspetto più importante: ciò che noi sentiamo di essere, ha tutto il diritto e anche il dovere di essere vissuto.
Per questo – che sia una caratteristica identitaria, oppure no – chi sente che il poliamore è la scelta migliore per lui/lei, dovrebbe viverla con serenità e convinzione. Senza cercare di legittimare questa scelta cercando cause genetiche, biologiche, identitarie o educative.
Lasciarsi essere ciò che ci si sente di essere, forse è la più grande libertà che c’è. E io non la vorrei perdere proprio mai.

E voi?
🙂

 

Elisa De Giovanni 

 [L’immagine in home page è ‘Senza titolo’, 1987, di Keith Haring]

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