Dicktator, o della tirannia del cazzo

Scritto da Giorgia Morselli on . Postato in Non usare mai

«Trey! Sono stanca di essere sposata al tuo pene. Sono una persona! E questa dovrebbe essere una relazione! E sono stanca di camminare sulle uova. Ooooooo, non parlare di traslocare davanti al pene perché potrebbe afflosciarsi. E al pene piace questo, e al pene non piace quell’altro, e il pene vuole essere misurato!»

(Charlotte York in ‘Sex And The City’, stagione 4, episodio 52)

 

La pressione esercitata sui rapporti dalle ansie di prestazione che affliggono i maschi succubi del mito della penetrazione raggiunge spesso, diciamo la verità, limiti intollerabili. Nella misura in cui l’uomo si identifica con la sua verga, una minima défaillance rischia di innescare un vortice di dinamiche infelici che rendono ben presto il semplice fare sesso uno strazio infinito. Fino a che punto il pene e le sue prestazioni concorrono a definire l’identità maschile?
Con tutto quel che si può fare a letto al di là dello sbatacchiare il membro teso sulle pareti di pertugi anatomicamente compatibili, riesce difficile infatti convincersi che il succo della questione risieda nell’ansia di soddisfare le bramosie di piacere di una gentil pulzella, che peraltro dispiace pensare impegnata ad arrovellarsi intorno allo stato del pene piuttosto che languidamente accartocciata, per dirne una, intorno alle fauci di un lui dedito alla pratica del cunnilingus. Per di più, miliardi di lesbiche in tutto il mondo praticano con soddisfazione il sesso senza lagnarsi minimamente dell’assenza sulla scena di questo presunto protagonista, testimoniando come sia possibile, e anzi soddisfacente, liberarsi in un sol colpo della star e dei suoi capricci da diva.
«Ma un uomo senza pene non è un uomo!», protesteranno i fondamentalisti del penismo; e possiamo star certi di contare fra questi anche un nutrito numero di donne, pronte a disperarsi dell’atto mancato al punto di buttar via, con l’organo incriminato, tutto quel che ci sta intorno. Ma vediamo più da vicino gli atti di accusa: che delitti si possono ascrivere a un pene rilassato e al suo portatore? In primo luogo, accidia: un pene che non si erige è un pene che non s’impegna, tanto più se tale comportamento è sporadico e si verifica specificamente in presenza di determinati soggetti  e non di altri. Ancora più ampia è poi la gamma di crimini immaginari cui può condurre la diffusa pratica dell’interpretazione del comportamento del pene: “tu non ti erigi, segno che non mi desideri”; “tu non ti erigi, segno che non mi ami” e così via, attraverso le infinite implicazioni possibili di un’ermeneutica del cazzo.
Più spesso, però, l’ansia da prestazione penetrativa resta un fantasma latente che proietta la sua ombra sinistra sul rapporto anche quando, in effetti, la verga la sfanga dimostrandosi infine all’altezza delle aspettative. Perché la preoccupazione del risultato informa tutta la performance fino all’ottenimento dell’ambito trofeo, universalmente ravvisato nel rantolo prolungato, meglio se ululato, emesso da lei al raggiungimento del culmine orgasmico che segna il termine della sessione. La durata stessa della sessione è infatti definita dal raggiungimento dell’obiettivo; quando la verga si rianima si dice appunto che “si ricomincia”.
Bene, è ora di finirla con queste panzane e di rivedere alla radice i fondamenti di quest’etica fallocentrista. Personalmente, e parlo per me, sono stufa di buttare energie nell’esaltazione del pene e delle sue prestazioni; ché il pene, si sa, guadagna in autostima se gli si dice quant’è bello e quant’è duro; il pene ama sentir parlare di sé, esser lodato e imbrodato, frangersi con violenza sulle mucose e farsi strada per passaggi sempre più stretti e impervi; il pene si crede un esploratore dell’ignoto, un virtuoso del noto, un missionario del moto a luogo con destinazione punto G. Il pene ama e venera i prodotti del proprio lavoro, e si aspetta che essi vengano ugualmente apprezzati da fameliche buongustaie bramose di assaggiarne l’essenza spremuta; il pene si adombra se nel suo vagar di rabdomante non scova l’oro al primo colpo, e si ritrae offeso se non trova accoglienza adeguata in un picco d’ispirazione; e siccome è vendicativo, alla prima occasione ve la farà pagare, imponendovi barbosissime maratone all’insegna del virtuosismo tecnico, o al contrario offrendosi a chi sappia meglio apprezzarne la prorompente personalità.

Penetrazione è dominio: e infatti, tipicamente, l’uomo penista difende strenuamente le vie di accesso al suo unico orifizio, il baluardo giammai espugnato e inespugnabile della sua intimità più profonda e segreta, restando quindi completamente ignaro del variegato complesso di questioni e sensazioni suscitate dall’ospitalità viscerale, lui che avrà al massimo occasione di ospitare tra le proprie carni un by-pass aorto-coronarico in età avanzata, collocato tra tessuti privi di terminazioni nervose in condizioni di totale anestesia. Anche Charlotte invocava una ripassata epocale quando il marito insipido e rinunciatario le preferiva il tennis, refrattario a qualunque pratica esulasse dal placido pigiare di stantuffo ammesso dall’etichetta del suo nobile clan; ma appunto nel mandarlo a farsi fottere lei otteneva infine il risultato disperato, un sesso casual e genuino, divorato seduta stante e non piluccato a stento tra paturnie generate da ruoli mal compresi e peggio interpretati.

Uno sciopero generale dei peni: ecco l’evento davvero rivoluzionario che condurrebbe tutti quanti a rivedere le proprie posizioni (a cominciare da quelle del Kamasutra), costringendoci a rinegoziare i rapporti tra i sessi, emancipandoci dai vecchi e tristi cliché che dominano i nostri affari di letto allargandosi a macchia d’olio sulle relazioni. E avremmo finalmente il sogno, la chimera di sempre: un uomo autenticamente  libero, affrancato dalle necessità biologiche, degno compagno di una donna resa chimicamente sterile dalla pillola anticoncezionale. Non il Viagra, ma l’impotenza è la nuova frontiera.

di Giorgia Morselli

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